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domenica 24 agosto 2014

IL GERGO SEGRETO DELLA FIUMARA

UN ANTICO LINGUAGGIO RACCONTATO DA FRANCESCO MAISANO

Dal mensile IN ASPROMONTE di Agosto 2014


Proviamo a leggere questa frase ad alta voce: “Ti seviseyu sedosamaseni a semisezza semisenosetti nto semisevosescu di Sestoseli”.  Si tratta di un modo d'esprimersi  volutamente contorto. Tradurremo più avanti  il suo significato nascosto poiché, innanzitutto, bisogna capire dove nasce un lessico e perché.

Ho scoperto durante un viaggio in Australia, grazie a Francesco Maisano, emigrato a Melbourne nel 1950, questo gergo calabrese che si parlava in una contrada denominata “Màglia” (che oggi si estende fino al centro abitato di Africo Nuovo), tra la foce della fiumara La Verde e la campagna di Stoli.
E’ curioso rintracciare in un altro continente elementi del nostro passato di cui non abbiamo memoria ma che gli italiani, partiti più di mezzo secolo fa, non smettono di tramandare ai propri figli.
Ovviamente, in Aspromonte quando narriamo di cose segrete, bande leggendarie, tesori invisibili,si pensa subito ai briganti. Se non altro perché, come diceva Walter Benjanim, restano pur sempre i più nobili tra i delinquenti,  gli unici a possedere una storia. Benjamin si riferiva principalmente ai banditi dell’antica Germania, ed è singolare che anch’essi utilizzassero un loro linguaggio specifico: il Rotwelsch.

Ma Francesco Maisano non ha per nulla l’aspetto del malavitoso, anzi ha gli occhi limpidi e affabili delle persone buone. Non è più tornato in Calabria (ed è sicuro che morirà senza rivedere la sua terra) ma rammenta perfettamente che da bambino con parenti e amici comunicava in uno strano modo, volutamente “contaminato”. “Mio padre mi insegnò questo linguaggio perché non venissimo capiti dagli altri”, mi spiega. Anche lui, poi, ha trasmesso alla figlia Franka l’antico gergo, quasi con naturalezza, come un segno distintivo, un codice da lasciare in eredità.
Difficile, comunque, individuare in quale fase storica si ravvisò la necessità di non farsi comprendere.
In una terra come la nostra, fuori mano e crocevia di tanti popoli, sicuramente non bastava avere capacità di sopportazione ed una buona dose di fortuna. Occorrevano anche furbizia e destrezza e, probabilmente, qualche volta, per sopravvivere e sfuggire alle persecuzioni delle autorità del tempo, era importante “non farsi capire”.

Forse anche per questo, nell’indole dei calabresi, permane un ancestrale senso del sospetto, la paura di essere raggirati e una pari destrezza ad ingannare.
Certo, la globalizzazione sta modificando pure l’arcano impulso che avevamo di proteggere sentimenti e cose. Tanto che, ad esempio, su Facebook non vi è molta differenza tra il modo di esprimersi di un lombardo o quello di un calabrese. Parafrasando Alvaro potremmo dire che entrambi sono impegnati a costruire un piccolo monumentino a se stessi (“oggi ho mangiato questo….ecco un selfie”…).

Conosceremo tra qualche anno quale posto avremo nel “paradiso della tecnica”.
Intanto, poiché lo avevo promesso, vi devo la traduzione dell’espressione iniziale. E cioè quella frase che un tempo, quando Francesco Maisano era bambino, fissava segretamente qualcosa: “Ci vediamo domani, a mezzanotte, nel bosco di Stoli”.

sabato 23 agosto 2014

RITRATTI ASPROMONTANI: L'UMANITA' DI ROCCO ZAPPIA


Dal mensile IN ASPROMONTE di Agosto 2014


Tra le tante esperienze che si ereditano dai genitori ve ne sono alcune che sono delle vere e proprie forme d’arte, poiché non comportano nessun profitto ed impegnano un uomo per tutta la vita. 

E’ il caso di Rocco Zappia, di Caraffa del Bianco, che continua l’opera del padre, ovvero quella volontà disinteressata di fare del bene, di essere al servizio della comunità.

Ricordo che da bambino, quando mi trovavo dai miei nonni, proprio a Caraffa, spuntava sempre qualcuno, arrivato da chissà dove, che chiedeva: “sapete dove abita mastro Rocco?”.  Noi accompagnavamo tutti dal nostro speciale vicino, se non altro perché, in lui, non abbiamo mai avvertito un minimo segnale di fastidio. Eppure ne avrebbe avuto motivo, qualche volta.

Immaginiamoci una persona che accoglie chiunque nella propria casa, senza preavviso. Gente spesso sconosciuta che, quotidianamente, gli domanda di sbloccargli una spalla o di porre rimedio a una caviglia malconcia.
Mastro Rocco, quasi seguendo un rito, prende l’olio, che usa come balsamo naturale, e con movimenti precisi e sapienti, gli stessi che eseguiva suo padre, rimette a posto slogature, distorsioni o lussazioni. Dopodiché offre a tutti un bicchiere di vino, da lui stesso prodotto.

Non si è mai pagato nell’esercizio di questa sua predisposizione naturale a curare gli altri. E gli va bene così.
Una bella lezione laica di altruismo, la sua, che fa parte dei meccanismi interiori della civiltà contadina. Difatti, in un certo senso, quest’uomo rappresenta il punto di collegamento tra la vocazione/missione di un’antica cultura ed il futuro.

Oggi mastro Rocco ha tre figli laureati che, per motivi di lavoro, risiedono in altre regioni. Il figlio che porta il nome di suo padre, Giuseppe, è medico.
Per questo mi piace pensare ad un sottile filo conduttore, ad una continuità della natura umana, che parte dal primo Giuseppe Zappia (1880-1973), che imparò dall’anziano Pietro Pizzi di Contrada Crocefisso (Bianco) la tecnica di guarire la gente, ed arriva fino alle nuove generazioni.

Un’apertura verso “l’altro” che ha origine in Aspromonte e si allarga verso mondi diversi. Anche perché, da sempre, trasmettere un’arte o un mestiere ad un figlio equivale, più o meno, a darsi il cambio, ad essere degnamente rimpiazzati, nella corsa senza fine della vita.


DOMENICO STRANIERI



Sotto, il padre ed il figlio di Rocco Zappia 
(dal libro di Vincenzo Stranieri  "La Koinè Agro-Pastorale nella Locride, Age 2010)