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domenica 30 novembre 2014

QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI

La lettera d'amore del giovane S.Strati
Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2014
La copertina del mensile IN ASPROMONTE
di Novembre 2014

A 21 anni Saverio Strati smise di fare il muratore. Si separò dai suoi compagni di lavoro (il padre Paolo, lo zio Francesco Scarfone, Vincenzo Strati e Attilio Scarfone) e si trasferì a Catanzaro per studiare. Se ne andò come tanti personaggi che descriverà, poi, nelle sue opere. Se ne andò come Tibi (il Tiberio che, aiutato economicamente da Don Michelino, avrà la possibilità di costruirsi un futuro migliore). Ma per ogni Tibi che parte c’è una Tàscia che resta. E’ quasi una legge di natura che non risparmierà nemmeno Strati.

A Sant’Agata del Bianco, difatti, il giovane Saverio lascerà il suo primo amore, un amore sognato. E lo farà per sempre.
Era la ragazza più bella del paese. La vedeva passare quando si recava alla fontana o la guardava durante la festa, magari all’uscita della chiesa, quando gli uomini stavano in piazza pronti a condurre in processione la santa. Anche a lei piaceva Sasà (come lo chiamava confidenzialmente).

I due si scambiavano messaggi tramite un’amica comune. Ma quando Strati ebbe l’opportunità di studiare si pose il problema del trasferimento in un’altra provincia. Lei lo rincuorò: avrebbe atteso il suo ritorno. Nel frattempo, anche i genitori cominciavano a intendere i sentimenti dei figli ma la madre di Saverio, solo lei, si dimostrava ostile. Ciò ferì l’orgoglio della ragazza che mantenne un certo distacco e pretese che il futuro scrittore si dichiarasse apertamente. In caso contrario non lo avrebbe aspettato.
Saverio Strati da giovane
Il giovane, però, seppur in ritardo, tentava di percorrere la via degli studi. Aveva un vivo desiderio di apprendere e di raccontare il suo mondo. Ma, per il momento, il domani era un’incognita. Rinunciò, quindi, a parlare con i genitori di lei. Aveva accarezzato l’amore, ma puntò i piedi davanti ad esso. Ed il filo della storia, inesorabilmente, si spezzò.
Forse non è un caso che pure nei romanzi di Strati l’amore sarà inattuabilità, un alito lieve che resta quel che è soltanto nella giovinezza. Più avanti, tale sentimento, troverà la sua sconfitta, poiché nell’età adulta conterà lavorare, e lavorare duramente.

Saverio abbandonò il paese e gli anni passarono. I due ragazzi che si guardavano da lontano per molto tempo non si incontrarono più. Entrambi si erano sposati. Tuttavia, a lei, certe volte, faceva piacere ripensare a quel suo affetto giovanile così puro.
Una sera, ormai anziana, chiamò la figlia con una strana dolcezza negli occhi. Come per svelarle un segreto. E le disse di una lettera, l’unica, inviatale da Strati. L’aveva custodita a lungo, ma ad un certo punto decise di bruciarla. Prima, comunque, la imparò a memoria. La figlia si affrettò a prendere un pezzo di carta e la madre, con voce intenerita, ricordando parola dopo parola con una sorprendente giustezza, le dettò delle frasi che, ancora oggi, rappresentano una testimonianza preziosa.
La fontana di Sant'Agata del Bianco, la "Rànghia"
in un quadro di Domenico Bonfà, in arte Fàbon
E non solo perché ci riportano alla nostra storia. Dicevamo, infatti, che la ragazza chiese a Saverio di parlare con i suoi familiari. Lui, che sapeva meglio scrivere che parlare, le fece pervenire questo messaggio:

Perché, se mi ami come dici, vuoi sottopormi a questa prova? Potrei dirlo a tuo padre e ai tuoi fratelli ma ora mi sembra una cosa troppo dura. Però ti assicuro che se l'anno venturo sarò promosso potrò dire liberamente ai tuoi e ai miei quanto sento. Ora mi sembra una cosa non buona. Sei la più bella fanciulla del paese. T'amo quanto me stesso. La natura ti ha dato bellezza e diligenza. Ogni tanto vedo qualche sguardo e qualche sorriso e mi sembra di vedere grazia infinita. Ricordandoti sempre, ti invio i più fervidi baci. 
Ricevili da me e famiglia, 
affettuosissimo Saverio

La giovane lesse il foglio davanti alla sua amica/ambasciatrice. Pensò che non era in grado di mantenere una promessa senza l’approvazione della sua famiglia e a malincuore, irrimediabilmente, ribatté: “ Me lo saluti e me lo ringrazi tanto. Ma digli che non posso aspettarlo. In questo mondo ci sono donne per lui e uomini per me”.
La casa in contrada Cola, a Sant'Agata, dove Strati
rivedeva le sue opere ed incontrava gli amici più cari

Saverio partì, forse già chinato sulla propria vita per arrivare a narrarla nei libri. Per quasi quarant’anni non incrocerà più gli occhi di quella ragazza. Quando rientrava in paese, difatti, se ne stava chiuso nella sua casa, in contrada Cola, su un’altura, dove riceveva la visita degli amici più cari. Accadde un giorno, però, che in un funerale, di sfuggita, i due dovettero salutarsi. Non sapremo mai cosa pensò lo scrittore nello stringere quella mano. Come non sapremo mai se lei, qualche volta, si pentì di quella risposta così fiera e decisa.

Certo, Strati non poteva immaginare che rammentasse ancora la lettera che le aveva mandato. Probabilmente, schivo e riservato com’era, non parlava con nessuno dei suoi sentimenti privati, di quelle cose che possono apparire ridicole e, nello stesso tempo, si rimpiangono. Era uno specialista a far diventare ogni esplosione emotiva un fiume sotterraneo, che conteneva nel cuore in un modo tutto suo.
Eppure lei, ritornando un po’ fanciulla, lo ripeteva spesso: “sapete che Sasà lo scrittore, da giovane, era innamorato di me?”.


                                                                                                        DOMENICO STRANIERI


Chissà....

In "Mani vuote", pag. 371, si legge:


chissà se, pure per un secondo, nello scrivere queste parole, a Strati venne in mente quel suo amore giovanile...


L'EDITORIALE DI GIOACCHINO CRIACOE Saverio scelse i libri



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sabato 29 novembre 2014

Tuttosamo.it intervista Domenico Stranieri

Le mie risposte alle domande di Giuseppe Antonelli, fotografo 

ed inviato speciale del sito TUTTOSAMO.IT


Descrivi il tuo primo impatto nel mondo del giornalismo?
Sono sempre stato attratto dal mondo delle scrittura, ma non ho mai pensato di fare il giornalista. Poi, quasi per caso, mi sono ritrovato nella redazione della Riviera, a Siderno, con un professore che, prima, accendeva il suo sigaro e poi ci spiegava come andavano nel cose al Sud: Pasquino Crupi. Aveva una cultura vastissima e, in un’altra terra, avrebbe avuto maggior fortuna. Ma amava la Calabria e non l’ha mai tradita. Purtroppo, da noi, si è apprezzati più da morti che da vivi. Eppure Pasquino non aveva nulla da invidiare ai grandi personaggi della cultura nazionale. La cosa sorprendente era quando, magari sorseggiando qualcosa, ci dettava un pezzo che inventava lì, al momento. Chi era davanti alla tastiera del pc notava subito che quello che diceva era perfetto, non bisognava trasformare nulla dal parlato allo scritto. Lavorare con lui è stata un’esperienza importante, una bella palestra di giornalismo.

Quali sono secondo te le risorse per far emergere il nostro territorio?
Ribadiamo da secoli le stesse cose ma non vedo tentativi reali di cambiamento. Saverio Strati diceva che, quello nostro, è un panorama capace di incantare un poeta ma da esso si evince anche la desolazione degli uomini. Dobbiamo cambiare noi, dunque. Io non so se un altro popolo avrebbe trattato così male la terra, il mare e le risorse che possediamo. Certo, anche io difenderò sempre la nostra storia e la nostra gente, ma se non ci avverrà un cambiamento reale nella nostra testa, nel nostro modo di vedere le cose, non ci sarà mai turismo, un’agricoltura sfruttata al meglio,  e dei borghi o delle aree archeologiche realmente valorizzate.

Se dovessi descrivere i tuoi pregi e i tuoi difetti?
Credo che conoscere se stessi, un po’ come intendevano i filosofi greci, sia la cosa più difficile che possa fare un uomo. Quindi non sono capace di rispondere a questa domanda. Ti posso dire che cerco di concentrarmi di più sui difetti, per migliorare, dato che, sicuramente, superano i pregi.

Il servizio giornalistico che ti ha dato più soddisfazioni?
Vi sono alcuni articoli che, per vari motivi, sento più vicini alla mia storia. Anche perché illuminano momenti passati che non passano. Me ne accorgo appena pubblico qualcosa ed arrivano e-mail dal Canada, dagli Stati Uniti o dall’Australia. Personalmente, sono affezionato agli articoli riguardanti il pittore Fàbon, il dott. ungherese Fenyves, l’Astronomo solitario di Mendulà, il cimitero scomparso di ContradaCrocefisso, la lettera d’amore del giovane Saverio Strati e, ancora, sono legato all’ultima intervista a Don Massimo Alvaro (il fratello dello scrittore Corrado). Sono tutti pezzi che troverai sul mio Blog: www.domenicostranieri.blogspot.it

Molti emigrati seguono il tuo lavoro e leggono i tuoi articoli; tutto ciò non ti rende orgoglioso?
Da quando scrivo per il mensile “InAspromonte”, diretto da Antonella Italiano, ho la possibilità di fare ciò che mi piace: descrivere il nostro mondo. E mi riferisco alla nostra montagna che, come scriveva Norman Douglas, è “calamita delle nuvole” ma è pure tante altre cose. E’ un piccolo cosmo, con mille storie, mille personaggi e tante culture diverse che costituiscono una sola grande cultura. Non esistono montagne così in Occidente. Per di più,  il linguaggio dei nostri articoli non è prettamente giornalistico, ma si avvicina molto a quello del racconto. Non si tratta di storie riciclate. Molti pezzi del giornale sono delle vere e proprie ricerche. Andiamo sul posto, ascoltiamo studiosi, anziani, e arricchiamo il servizio con fotografie e video. Gli emigranti hanno capito che è un modo originale di fare giornalismo e lo apprezzano; e non solo perché rammentano storie e luoghi ma, spesso, perché scoprono anche delle cose che non sanno. La loro passione per la nostra terra è davvero commovente.

Il tuo lavoro, quindi, è fatto di ricerche e di storie del passato da riportate alla luce. Sei mai riuscito ad avere un valido aiuto sia morale che economico per questa tua valida iniziativa?
Di aiuti economici non ne ho mai avuti ma non li ho nemmeno chiesti. La gente invece si  dimostra quasi sempre affettuosa. Ad esempio, quando ho pensato di scrivere un articolo riguardante un’affascinante leggenda, un giovane di Caraffa, Francesco Minnici, ha lavorato una settimana per pulire gli alti rovi che circondavano e ricoprivano una roccia. Poi, insieme, abbiamo trovato sotto il muschio una scritta misteriosa ed è nato così uno dei pezzi più letti: La leggenda della roccia di “GiuliaSchiava”. Dico questo per far intendere come la gente è disponibile e quindi molte volte rappresenta un utile sostegno.

I nostri paesi hanno senz’altro un fascino particolare visto le tradizioni e le grandi feste comunitarie. Come si potrebbe quindi creare occupazione?
I nostri paesi devono preservare la loro storia (e mi riferisco all’architettura, al paesaggio e a tutte quelle risorse che tendiamo a distruggere). Ovviamente noi possiamo lavorare con il turismo e i nostri prodotti, ma questo non è difficile capirlo. Eppure siamo peggiorati rispetto agli anni passati. Arrivano meno turisti che negli anni ’80 ed abbiamo anche meno strutture che in passato. Può apparire strano ma è così. E poi la Locride non è mai considerata un’opportunità, tanto che non è mai nata una vera classe imprenditoriale. In questo momento, quindi, puntare ad un turismo di massa è improponibile. Ma ho già scritto che “esiste da sempre una geografia che corrisponde ad un temperamento umano. Per questo c’è chi va in Tibet, chi scala l’Etna, o chi rasenta il corso delle fiumare. Inoltre, negli ultimi anni, anche grazie ai fondi dell’UE, si sono sviluppati i cosiddetti "alberghi diffusi" che permettono di usufruire di alcuni servizi, come la prima colazione, mantenendo un alto livello di socialità con i residenti del posto alla scoperta di piatti tipici e bellezze culturali ed artistiche poco reclamizzate. Ma cosa possiamo prospettare, noi, ai viaggiatori del 2000? Le isole della Grecia, ad esempio, sono diventate famose anche per le passeggiate dei turisti sul dorso degli asini. Insomma, se aspettiamo le infrastrutture, le strade ed altri "miracoli" saremo destinati solo a regredire, giacché non riusciremo mai ad ideare un prosieguo e vivremo condannati a replicare sempre gli stessi errori. Ed è fin troppo facile ricordare le cose belle che abbiamo, dal mare alle montagne, dai borghi antichi ai resti archeologici. Non basta. Viaggiare presuppone una scelta, ed un turista deve avere un buon motivo per preferire i nostri paesi ad altri luoghi. Ovvero noi ad altra gente”.

Infine, una tua opinione sul nostro sito
E’ davvero un sito interessante che seguo da sempre. Avete anticipato in molte cose gli altri, siete stati degli antesignani del web. E poi sapete far convivere, all’interno di un unico format, storia, curiosità, ironia e attualità. Complimenti davvero.