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giovedì 22 gennaio 2015

DINOSAURI IN ASPROMONTE?

Dal mensile IN ASPROMONTE di Gennaio 2015


La pagina del mensile IN ASPROMONTE 
Nel suo discorso al “Lyceum” di Firenze del 1931, Corrado Alvaro, parlando della Calabria, raccontava che “la penetrazione all’interno è difficile, qui molte cose della vecchia Calabria sono intatte e nuove, ed è una meraviglia, uno stordimento imbattersi in esse”. Subito dopo, così diceva dell’Aspromonte: ”è una montagna a grandi terrazze; dove sono i nostri paesi e i nostri campi, negli evi remoti, si stendeva il mare, ancora i bambini sui monti trovano le conchiglie che furono vive alcuni millenni fa”. Ed è vero. Recuperare fossili di gusci di conchiglia, in Aspromonte, non è così complicato. Ma non solo. 

Contadini e pastori hanno rinvenuto nei secoli scorsi anche sepolture preelleniche, cioè resti umani seppelliti sotto grandi lastre di pietra, con il capo sempre rivolto verso est. Laddove non c’erano aree da coltivare o alberi da tagliare (perfino durante la guerra del Peloponneso, nel 400 a.C., Tucidide parlava del legname raccolto sulle spiagge locresi e su quelle di Caulonia per costruire le triremi ateniesi), qualche segno del passato si è conservato. Disboscamento, terremoti e rovine causate dall’uomo, per fortuna, non hanno cancellato il fascino misterioso di alcune zone rocciose. Sul mare, invece, e non solo per le trasformazioni lungo i litorali, della civiltà greca restava ben poco già alla fine della Roma Repubblicana, tanto che Cicerone, nel 44 a.C., manifestava tutto il suo rammarico poiché la Magna Grecia era “ormai completamente distrutta”.

Ma ci sono tracce più antiche di quelle greche in luoghi appartati della nostra montagna? Ci sono caverne e siti ove le rocce sono state scavate non solo dalle piogge ma anche da quell’Homo sapiens che, settantamila anni fa, diede inizio alla cosiddetta Rivoluzione cognitiva? E cosa nascondono le nostre alture che ancora non sappiamo?
Certamente la preistoria in Calabria è un campo di indagine in continua espansione.

Le ipotetiche impronte

Una delle ipotesi più avvincenti degli ultimi mesi, ad esempio, è quella dei resti di impronte di dinosauri (o animali colossali) conservate in Aspromonte, a “Campolico”, in una parte di territorio del Comune di Sant’Agata del Bianco. Si tratta di visibili “orme” rotonde impresse nello strato roccioso, sempre a gruppi di quattro calchi. Il luogo è stato esaminato da studiosi, specialisti e finanche da ricercatori universitari del Nord Italia, i quali hanno manifestato opinioni contrastanti.
Di sicuro è difficile pensare a delle impronte che perdurano da sessantacinque milioni di anni, anche se il luogo è suggestivo e forse era abitato in epoche molto remote.
E’ un’area, quella di Sant’Agata, dove gli individui, nel corso dei millenni, non hanno apportato grandi cambiamenti, poiché la superficie è costituita da un pavimento roccioso inutilizzabile per qualsiasi tipo di attività. Laddove finisce il pendio, però, si trovano delle cavità naturali che, senza sforzo, si possono immaginare come un valido riparo per gente primitiva. Anche perché alla fine del suddetto versante è distinguibile, quando piove, una sorta di piccolo canale scavato dall’uomo che impedisce all’acqua di scendere sulle grotte.

Ed è proprio sopra questo teatro naturale di pietra che troviamo gli ipotetici passi di animali preistorici, evidenti anche in piccole pendenze, quasi una camminata in salita.
Se sia stato uno scherzo della natura a creare qua e là, a quattro a quattro, dei segni senza un apparente significato non è facile dirlo.
Particolare delle impronte
Il fatto inequivocabile è che ci sono tante realtà da scoprire nella nostra montagna, non meno che in altri posti più famosi; come Chauvet-Pont-d’Arc, in Francia, dove, in una caverna, si conserva l’impronta di una mano che risale a circa trentamila anni fa, ovvero quando un individuo cercava di lasciare memoria del suo passaggio sulla terra, quasi un soffio oltre il nulla. Ecco perché in un articolo del 1969 relativo ai primi passi dell’uomo sulla luna, Pier Paolo Pasolini scriveva: ”queste impronte mi rievocano altre impronte”.

Da noi, invece, è una pratica collettiva eliminare tutto ciò che può attirare curiosità e curiosi, tanto che potremmo scrivere, senza problemi, “un’enciclopedia della distruzione calcolata” del nostro territorio.
Probabilmente, se non fosse stato per l’inattesa caduta di un asteroide, i dinosauri avrebbero avuto più cura di questo mondo.


DOMENICO STRANIERI








mercoledì 21 gennaio 2015

VESPA CONTRO ALVARO

Nel suo ultimo libro, Bruno Vespa include Corrado Alvaro tra gli "italiani voltagabbana"




Non so se Don Massimo Alvaro avrebbe commentato la pagina 61 dell’ultimo libro di Bruno Vespa, “Italiani voltagabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica sempre sul carro dei vincitori” (Mondadori 2014), laddove il conduttore di “Porta a Porta” annovera il fratello Corrado tra gli intellettuali interni al regime fascista.

Per Vespa, difatti, Alvaro “nato liberale se ne pentì. Gente in Aspromonte (1930) fu lodato dai critici e perfino da Mussolini”.Questo sarebbe il primo peccato di Corrado Alvaro. Cioè quello di scrivere un libro (che molti citano senza averlo letto) “lodato” dal Duce. Capovolgendo il concetto è come se dicessimo che apprezzare l’opera di Pirandello o Ungheretti è da fascisti. Credo che questa abitudine manichea di intendere le “collocazioni” politico/culturali abbia prodotto solo danni alla nostra storia e alla nostra cultura. Affermare, ad esempio, che Giovanni Gentile, da un punto di vista teoretico era superiore a Croce è quasi un sacrilegio (da noi, non in Germania). Insomma, non riconoscere il valore di un avversario resta una malattia tutta italiana.

Ma torniamo a Vespa ed alle sue 16 righe e mezzo che avviliscono la figura del più grande scrittore calabrese, che molti consideravano da Premio Nobel (e forse lo avrebbe pure vinto se la morte non lo avesse colto nel 1956 ). A Vespa si potrebbe rispondere con un libro intero. Provo a farlo in un solo articolo, cercando di non cadere nella prolissità. Ecco, dunque, le accuse mosse ad Alvaro: “esaltò le opere di costruzione fasciste, frequentò con Moravia il salotto di Margherita Sarfatti, ritirò nel 1940 il premio Mussolini e scrisse il volumetto Terra Nuova”.
DON MASSIMO ALVARO
Alle prime insinuazioni di Vespa mi piace controbattere con le parole di Don Massimo Alvaro, le stesse di un’intervista che mi concesse prima di morire e che uscì postuma su Il Quotidiano della Calabria il 22 ottobre 2013.

Una delle domande era questa: “A proposito di fascismo, qualcuno ha rimproverato ad Alvaro di non essere stato un aperto oppositore del regime..”. E Don Massimo così rispose a me e, senza saperlo, pure a Vespa:<<Alvaro poteva essere membro dell’Accademia d’Italia e non lo fu. In quel periodo da Pirandello ad Ungheretti fino a Marconi erano tutti Accademici. Ma Alvaro rifiutò. Vede, ci sono argomenti esterni ed argomenti interni. Fondamentalmente era solo uno scrittore libero stimato anche dai fascisti. Galeazzo Ciano se lo incontrava si fermava a salutarlo. C’è una lettera di Margherita Sarfatti, la quale  riceveva gli intellettuali e gli artisti ogni venerdì, dove si evince che Mussolini apprezzava l’Alvaro scrittore. Ma c’è anche una lettera di mio padre ove Corrado è duramente rimproverato per non essere diventato, poiché non ha voluto prendere la tessera fascista, Accademico d’Italia. Nel 1930 Bompiani stampò un annuario letterario nel quale si chiedeva al Ministro Bottai qual’era il libro che gli era piaciuto di più in quell’anno. Bottai rispose: “Vent’anni,  di Corrado Alvaro”. Io ho anche una lettera di Vittorio Mussolini, che dirigeva la rivista “Cinema”, dove, riferendosi a Corrado, c’è scritto: “Ho ammirato quest’uomo,  pur essendo rispettato non ha mai chiesto niente”. Insomma, possibile che in un tempo in cui quasi tutti erano fascisti il peccato di Alvaro è quello di non aver fatto la rivoluzione? In realtà era critico verso il regime. Gli inglesi, ad esempio, quando uscì “L’uomo è forte” scrissero subito che era un libro contro il fascismo, esistono gli articoli. Ma Corrado aveva la moglie e un figlio, doveva pensare a loro, era un uomo molto equilibrato>>.

Nel libro “Alvaro Politico” (Rubbettino, 1981), il giornalista Enzo Misefari fu uno dei primi ad evidenziare che “le parole liberal-antifasciste di Alvaro furono molte, le azioni concrete poche”. Quasi una condanna sbrigativa per le azioni che lo scrittore avrebbe dovuto compiere.Alvaro, di certo, non era un eroe, era semplicemente un intellettuale che, tra l’altro, firmò il Manifesto antifascista di Croce (filosofo che inizialmente fu vicino al fascismo ma nessuno lo rileva con cattiveria) e il 16 dicembre del 1925 venne pure bastonato.

Per quanto riguarda il Premio Mussolini bisogna precisare che si trattava di un riconoscimento del “Corriere della Sera” offerto (ogni 21 aprile) dai proprietari Mario, Aldo e Vittorio Crespi a cittadini italiani che avevano prodotto le migliori opere nel campo delle discipline storiche, letterarie, scientifiche e artistiche. Questa sarebbe stata un’altra “colpa” di Alvaro.

Peccato che solo allo scrittore di San Luca vengono sottolineate certe imprudenze. Durante il lavoro preparatorio della nascita della rivista di cultura e arte “Primato”, ad esempio, Giuseppe Bottai convocò letterati, critici e saggisti. Tra questi: Dino Buzzati, Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi, Eugenio Montale, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungheretti, Sandro Penna, Nicola Abbagnano, Galvano della Volpe, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Luigi Russo e tantissimi altri.

Bottai era una personalità stimata da molti intellettuali, che partecipavano ai suoi dibattiti poiché gli riconoscevano grande cultura e ampie vedute. Tuttavia solo ad Alvaro viene rinfacciato il fatto di essere stato apprezzato da quel gerarca fedele all’idea fascista (che puntava ad un regime più moderno e aperto al contributo di tutti). Ma andiamo avanti. A proposito del libro “Terra Nuova” (scritto nel 1934, quando il fascismo non aveva ancora fatto intendere compiutamente il suo vero aspetto) mi piace riportare, nuovamente, le parole di Don Massimo Alvaro:
Mussolini ha avuto tanti difetti, tuttavia non si può negare che è stato artefice di opere pubbliche notevoli. Ma sostenere che la bonifica dell’Agro Pontino è stata una grande opera non significa mostrarsi favorevoli al regime. Già Leonardo da Vinci progettava delle soluzioni per quell’aria paludosa e malsana, come pure tanti Papi. Aleardo Aleardi, ad esempio, nel canto “Monte Circello” descrive la miseria delle paludi pontine. Corrado disse che quella di Mussolini era un’opera meritoria e questo non gli fu mai perdonato”.

Vespa, probabilmente, ritiene verosimili le valutazioni di alcuni detrattori di Alvaro, senza considerare appieno il periodo storico né il carattere schivo dello scrittore. Persino Mario La Cava, riguardo questo argomento, ribadiva che: “Le paludi pontine sono state un grande fatto tecnico operato dal fascismo. E lui (Alvaro) non poteva dire che non fosse stata fatta bene questa bonifica, perché sarebbe andato contro la verità…..Quindi certe esagerazioni di critica non dovrebbero trovare luogo nel caso suo perlomeno, perché un uomo che vive sotto regime di dittatura deve sapersi destreggiare per sopravvivere”.

Anche Montanelli, sul Corriere della Sera, nel 2001, affermò che Alvaro era incapace di chiedere favori. Eppure visse anni duri. Non so se la sua vera colpa sia stata quella, appunto, di essere “sopravvissuto” al fascismo o di essere stato uno scrittore di respiro europeo pur avendo “il passo lungo del calabrese che ha ancora molto da camminare”.
Di certo se Vespa fosse stato contemporaneo di Alvaro non solo avrebbe ospitato nel suo salotto il Duce (stipulando chissà quale contratto con gli italiani) ma sarebbe diventato anche Accademico d’Italia, magari pensando allo scrittore di San Luca (che rifiutò la tessera fascista) come ad un povero ingenuo che non aveva ancora capito come va il mondo.


DOMENICO STRANIERI