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lunedì 10 ottobre 2016

ROCCU U JANCU E I "SACCHEGGIATORI" DI VERSI


Cos’è che lega tra di loro, tutti insieme, una dimora scavata nella roccia e un concerto, Saverio Strati e una fotografia, Otello Profazio e Mimmo Cavallaro, l’Aspromonte e un film interpretato da Gian Maria Volonté e Stefania Sandrelli?
Vi do subito la risposta: i versi di un poeta contadino, Roccu “u Jancu”.

Detto “u Jancu” (il bianco) per il colore chiaro della sua pelle, Rocco Domenico Pulitanò nacque a Casignana il 10 agosto del 1866. A dire il vero Casignana non ha mai fatto nulla per “appropriarsi” di questo fuoriclasse della poesia, così, nell’immaginario collettivo, Roccu “u Jancu” è di Caraffa (paese dove visse e dove morì il 10 marzo del 1955).

Se c’è, in Calabria, una forma di letteratura che ha rappresentato in modo autentico la voce di un popolo (che in molti desideravano muto), questa è la poesia dialettale. 
Se si considera, poi, che i rimatori erano innanzitutto pastori e contadini che, come tanti Omero partoriti dalla terra, riuscivano a ricordare migliaia e migliaia di versi (scritti solamente nel libro della memoria) si capirà perché siamo di fronte a personaggi davvero straordinari. 
Basti pensare che, ancora oggi, le poesie di Roccu “u Jancu” sono sparse in canti e liriche di grande interesse. Nessuno, però, rammenta il suo nome. E’ come se Battisti avesse inciso i suoi dischi senza specificare che i testi erano di Mogol.

A partire dagli anni ’20, difatti, a Caraffa del Bianco era un via vai di gente che sopraggiungeva per registrare o trascrivere le parole cantate da Rocco Domenico Pulitanò. Egli era un pastore che durante il giorno dimorava “in una capanna ricavata nella pietra della montagna”, assistito dal dono divino di comporre versi in endecasillabo di rara bellezza. Ce ne sono molti, classificati come “anonimi”, nei volumi della Biblioteca Comunale di Reggio Calabria. Altri sono stati raccolti da Luigi M. Lombardi Satriani e dal nipote di Pulitanò, il maestro Rocco Luverà. Per di più, sono vari i testi impreziositi dal “saccheggio” (probabilmente inconsapevole) dei versi di Roccu "u Jancu" e considerati, troppo genericamente, patrimonio musicale della tradizione popolare calabrese. Da “undi ti vitti e ti amavi tantu” di Profazio a “ chista figgliola è fatta cu la pinna, e misurata cu la menza canna” dei bravi Cavallaro e Papandrea.

Dicevamo prima che c’è qualcosa che lega tutto questo anche allo scrittore Saverio Strati e a una fotografia. Il 4 gennaio del 1953, difatti, su suggerimento di Strati, veniva pubblicato un numero della rivista Vie Nuove che si occupava dei poeti contadini di Sant’Agata del Bianco
L’intento era quello di determinare e chiarire il “problema dello sviluppo della cultura popolare” (seguendo la “lezione gramsciana” che accusava gli intellettuali di essere una casta che si mantiene distante dal popolo). Ebbene, nella preziosa edizione di Vie Nuove è pubblicata l’unica foto esistente di Roccu “u Jancu”. Ma non solo. Troviamo i versi limpidi ed esatti di questo poeta ovunque.

Ecco perché sarebbe opportuno mettere in pratica un lavoro di ricerca metodico e risolutivo. Ciò permetterebbe, ad esempio, di rilevare che la colonna sonora “Amuri amuri” del film “L’amante di Gramigna” (del regista Carlo Lizzani), interpretato nel 1969 da Gian Maria Volontè e Stefania Sandrelli, include rime di Roccu “u Jancu”.

Intanto, il 18 agosto 2016, a Caraffa, è stato ricordato il 150° anniversario della nascita del poeta. Per l’occasione, i nipoti hanno distribuito un volumetto con alcuni componimenti inediti. 
Ed è sorprendente rinnovare la scoperta di una tensione generativa che ha portato un pastore a concepire, con assoluta naturalezza, un’opera illimitata. 

Sinchè avrò vita, le mie poesie parleranno con me”. Questo disse Roccu “u Jancu”, nel 1953, a Saverio Strati. E magari, mentre incrociava gli occhi dello scrittore, già con la mente stava inseguendo una rima che, chissà come, solo lui poteva riuscire a catturare.


DOMENICO STRANIERI







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sabato 24 settembre 2016

LE COSE PERDUTE E QUELLE RITROVATE


Dal mensile IN ASPROMONTE di settembre 2016


Antonio Scarfone è un artista autentico. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà. Ma quest’estate, nel Borgo antico di Sant’Agata del Bianco, ha deciso di aprire a tutti la porta della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Essa si trova proprio nella piazzetta descritta da Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno sono sistemati, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà contadina di cui nessuno ha più memoria. Ecco perché ci  piace definire questo posto: Museo delle cose perdute.

Ed è singolare lo stupore nell’ammirare manufatti e arnesi che la gente ha buttato via e che Antonio Scarfone ha recuperato, ripulito e valorizzato. Gli artisti sono così, riescono a vedere prima di altri ciò che nessuno vede. E qualche volta sono anche capaci di ridarci qualcosa di cui ci eravamo disfatti senza troppe domande. Si tratta di “resti” che, in passato, i nostri nonni adoperavano abilmente. 

Il “Museo della cose perdute” è, pertanto, il simbolo di un mondo dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto. 


DOMENICO STRANIERI





giovedì 7 luglio 2016

IL MIO RICORDO DI SISINIO ZITO (di Domenico Stranieri)



Nella sezione del Partito Socialista di Sant’Agata del Bianco, negli anni ’80, noi ragazzi ci sedevamo per terra ad ascoltare i discorsi dei grandi. E quando in paese arrivata Sisinio Zito, nella sezione delle “Baracche”, si avvertiva una soddisfazione particolare tra la gente. Ma  perché era piacevole ascoltare un politico che aveva non solo una grande capacità pragmatica ma anche una vasta cultura. Così, d’istinto, rammento che si discuteva spesso del Parco dell’Aspromonte, riordino nella mente le parole di mio padre e penso ai visi di tanti miei concittadini. Alla fine per noi ragazzi era sempre una gioia infilare sulle magliette, all’altezza del cuore, come uno scudetto, la spilla con il garofano rosso.

Ieri, 6 luglio, nel mio nuovo ruolo di sindaco, durante un consiglio comunale, proprio io, che negli anni ’80 me ne stavo seduto per terra insieme agli altri ragazzi del paese, ho ricordato la recente scomparsa di Zito. La sala consiliare ha risposto con un lungo e affettuoso applauso.
Naturalmente della figura di Zito si sta parlando molto in questi giorni. Egli, come tanti politici della prima Repubblica, è stato “vittima” della rivoluzione giudiziaria che ha cancellato uomini e partiti. Il problema, però, è che, malgrado la forza aggressiva delle campagne moralistiche, una nuova era non è mai iniziata.

Personalmente, però, ho apprezzato Sisinio anche come meridionalista. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono gli ho detto che stavo rileggendo le sue “Cronache dal Regno” (Gangemi Editore 1992). Si è quasi meravigliato ed ha risposto: “davvero?”. Poi ha sorriso. 
Negli anni ’90, difatti, mentre avanzava l’antimeridionalismo leghista (e politici e intellettuali, ma non tutti, rimanevano muti) Zito scriveva le sue riflessioni che, in fondo, rappresentano un’unica grande difesa del Mezzogiorno. E mentre si chiedeva che futuro e che voce avrà il Sud, Sisinio riaffermava con forza che bisogna “fare la scelta di fondo che consiste nel considerare veramente il Mezzogiorno come questione nazionale, anzi la più importante questione nazionale, e quindi come vincolo di tutte le decisioni politiche”.

Nel libro c’è anche un pezzo dal titolo “Appello per Mario La Cava”, dove si reclamava l’applicazione della legge Bacchelli per “una delle più limpide voci della terra calabrese” (che era, in quel momento, gravemente sofferente). 
Ma non solo. Anche quando si proponevano soluzioni "dubbie" ai problemi della Calabria non mancavano le considerazioni puntuali di Zito. Riporto qui il finale di un articolo : ” ..solo la più totale e spaventosa ignoranza di quali sono i termini del problema ‘ndrangheta può far pensare all’impiego dell’esercito in Calabria e cioè, in sostanza, a una nuova guerra al brigantaggio. Ve l’immaginate il generale Angioini, sponsorizzato dal suo collega Caligaris, che alla testa delle sue truppe entra vittorioso a Platì, Careri, S.Luca? C’è da morire dal ridere, o se preferite dal dolore e dalla vergogna”.

Ecco cosa pensava Sisinio, e proseguiva per pagine e pagine. La sua era una riflessione alta e profonda, e quindi da tramandare.
Addio, dunque, ad un uomo che ha saputo difendere la sua gente e la sua terra, a un socialista vero, a un meridionalista autentico.

DOMENICO STRANIERI



martedì 1 marzo 2016

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DELL'ARCIPRETE DOMENICO BATTAGLIA

La straordinaria umanità di un sacerdote di Caraffa del Bianco (RC)

L'articolo del mensile IN ASPROMONTE
Tra gli aspetti che accomunano le religioni, ed ogni forma di potere in generale, vi è la distruzione dei libri (e quindi della cultura) a favore di una sola idea di mondo.
Quella dell’uomo, dunque, è anche una lunga storia di odio verso la conoscenza, di dualismi mai risolti tra fede e ragione, tra ideologie di vario tipo e finanche tra filosofie. Se siamo stati platonici e non epicurei non è solo per la grandezza di Platone, ma perché, nella guerra di cancellazione del sapere dell’altro, Epicuro, grande quanto l’allievo di Socrate, ha perso.

Ci sono, poi, vicende sorprendenti, personaggi di provincia che hanno saputo disegnare una via per tutti, con sguardo nitido; ipotesi intellettuali che nel tempo sono diventate realtà. In fondo, nella prima metà del ‘900, ogni paese aspromontano era sì povero ma vivo, una piccola galassia desolata con tante anime e qualche talento. Eppure ogni sistema solare, per quanto eterogeneo, necessita di un sole per essere tale. Vale a dire un centro, un punto di riferimento sicuro. 

Dal 1897 al 1942, Caraffa del Bianco trova il suo centro, la sua guida, nella figura di Domenico Battaglia, un arciprete che ha saputo fare della combinazione tra fede e cultura una missione di vita. Nato  proprio a Caraffa nel 1865, a sette anni entrò nel Seminario Diocesano di Gerace dove studiò con passione e, il 25 dicembre del 1890, divenne sacerdote. Nel 1897, dopo la morte di Don Vincenzo Borgia (al quale, da bambino, aveva confessato di sentire “la chiamata di Iddio”), Battaglia fu nominato parroco della chiesa di Caraffa del Bianco e vicario foraneo come fiduciario del Vescovo.

Se proviamo a chiedere, oggi, ad una persona anziana, la prima immagine che rievoca di questo arciprete, quasi certamente ci risponderà: “che amava camminare, e lo faceva ogni sera”. Don Domenico Battaglia, difatti, come un Aristotele moderno, percorreva quotidianamente un tragitto che, d’inverno, da casa sua lo portava fino ad un punto panoramico detto torre, “da dove si abbraccia un paesaggio immenso e meraviglioso” (come scriverà Saverio Strati nel 1953, affacciandosi dalla torre in compagnia di Corrado Alvaro). D’estate, invece, scendeva fino all’incrocio tra le strade di Caraffa e Casignana, nel luogo dove, originariamente, si trovava la prima chiesetta di S. Maria degli Angeli, titolo assunto, in seguito, per denominare la chiesa matrice di Caraffa.

La chiesa di S. Maria degli Angeli a Caraffa (RC)
E, come un antico pensatore greco, ad accompagnarlo c’erano solitamente i suoi alunni, che egli amava definire discepoli (forse più in senso filosofico che religioso). L’arciprete, difatti, era dotato di un’impareggiabile cultura e possedeva una rara abilità divulgativa. Aveva il puro piacere di “spargere i semi” della conoscenza, tanto che, per tutta la vita, istruì gratuitamente i suoi allievi (il primo dei quali fu Antonio Melina, futuro parroco di Sant’Agata). 

Tuttavia, una cosa, una soltanto, egli la esigeva: ovvero che i suoi studenti, ogni domenica, servissero messa. Dopodiché, conduceva una vita modesta e quando (ogni fine mese) andava a visitare una famiglia povera o un ammalato, lasciava sempre in un angolo della casa, o sotto un cuscino, qualche soldo che aveva messo da parte. Lo faceva in silenzio, senza farsi notare, e non desiderava essere ringraziato. In un libro distribuito alle famiglie di Caraffa del Bianco, dal titolo: “L’Arciprete Domenico Battaglia, l’uomo, il maestro, il sacerdote” (Grafica Luigi Monti, 1998), il giudice Ottavio Domenico Galletta ricorda: “Ci insegnava molte cose con il suo esempio: ci insegnava  la parsimonia delle parole e la ricchezza dei pensieri che si traducevano in atti concreti e quasi celati di solidarietà umana”. 

Il religioso, figlio di un fabbro, aveva donato ai suoi concittadini le chiavi per apprendere i mezzi specifici dell’istruzione. I giovani capirono che l’unica via di riscatto era rappresentata dallo studio, e, in quel frangente storico, dalle lezioni private dell’arciprete. La spinta dell’impegno intellettuale, la fiducia nel futuro e la nuova possibilità di sfuggire alla miseria rappresentarono una certezza collettiva.

Con sacrifici notevoli, contadini, pastori e artigiani lavoravano perché i loro figli diventassero “altro” e non fossero asserviti ai proprietari terrieri. Proprio come aveva fatto Giovanni Battaglia, padre del sacerdote, che era riuscito a far studiare i due figli, Domenico e Giuseppe (che era diventato notaio). 

Negli anni a seguire, a Caraffa si tracciarono molteplici percorsi professionali, tanto che il paese ebbe una media di laureati tra le più alte d’Italia (se consideriamo la proporzione tra numero di abitanti e numero di laureati). Lo scrittore Giuseppe Dieni evidenzierà: “oggi a Caraffa, un tempo paese in maggioranza abitato da pastori, ci sono più laureati che pecore” (Dove Nacque Pitagora, Frama Sud 1976, pag. 198).

Prima di morire, l’arciprete Battaglia pretese che i suoi ultimi risparmi (circa 500 lire) venissero suddivisi tra le famiglie più bisognose. Il suo feretro venne portato a spalla, dai suoi discepoli, in un lungo corteo per le vie del paese. Era il 16 novembre del 1942, e la piccola galassia di Caraffa perdeva il centro attorno al quale aveva scelto di orbitare.